UNA BREVE PANORAMICA SULLE DUE PRINCIPALI TECNICHE IN CAMPO ASTRO FOTOGRAFICO

IL LUCKY IMAGING PER I PIANETI
Il termine LUCKY IMAGING si può tradurre letteralmente dall’inglese in “IMMAGINI FORTUNATE”. È la tecnica usata per la fotografia planetaria ad alta risoluzione e si chiama in questo modo perché prevedere di scattare centinaia se non migliaia di foto in sequenza sullo stesso soggetto per poi darle in pasto a software specifici che si occuperanno di analizzarle e fare una prima cernita di quelle migliori. Ricordate quando prima parlavamo di turbolenza atmosferica? Ecco, questa tecnica cerca proprio di “fregare” il limite imposto dal SEEING e usa una procedura che si occupa essenzialmente di selezionare le immagini migliori ottenute quando casualmente gli strati d’aria erano più fermi. Bisogna usare tempi di scatto brevissimi perché più velocemente si apre e si chiude l’otturatore e più la nostra fotocamera sarà in grado di “congelare” l’istante perfetto. Dopo che il programma ha scartato le foto più mosse userà una seconda procedura con la quale analizzerà tutti i frame rimasti e prenderà le porzioni più nitide di ogni singolo scatto per poi farne un collage restituendoci una unica foto finale. Nell’esempio sotto vediamo la differenza tra un singolo scatto e l’immagine finale dopo l’elaborazione.

Chi ha qualche nozione basica di fotografia capirà subito quanto la pratica del Lucky imaging possa mettere a dura prova una reflex: il ribaltamento dello specchio per centinaia o migliaia di volte a distanza di frazioni di secondo non solo rischia di rovinare la macchina, ma produce anche vibrazioni che non saranno certo d’aiuto sulla qualità finale, sopratutto lavorando ad ingrandimenti così elevati. Si potrebbe ovviare al problema facendo un unico video e poi estrapolando i fotogrammi, ma anche in questo caso le reflex non sono indicate perché generalmente acquisiscono le immagini ad alta definizione per poi ricomprimerle a risoluzioni video minori. Questo viene fatto internamente via software con il risultato di ottenere una compressione artificiale che pregiudica il dettaglio originale, che è quello che noi dobbiamo preservare per farlo poi analizzare dai programmi che dicevamo prima. Per questo nella fotografia planetaria ad alta risoluzione si usano generalmente fotocamere dedicate che sono state progettate e costruite a tal scopo. Unico caso in cui si può fare imaging planetario con reflex è se la vostra macchina supporta la modalità ROI (Region Of Interest ndr), grazie alla quale non ha necessità di riscalare l’immagine perché il sensore fotografico viene fatto lavorare solo in parte ed il video in uscita ha la stessa definizione (tecnicamente risoluzione) dell’ immagine acquisita. Le reflex che supportano il ROI sono molto poche ma fortunatamente oggi si trovano camere astronomiche planetarie di discreta qualità anche a 100€. Per la fotografia DEEP SKY la questione è nettamente diversa e per chi è gia possessore di reflex inizia a farsi interessante. Vediamo perchè…..
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LA LUNGA ESPOSIZIONE PER IL DEEP SKY
Se vogliamo fotografare nebulose e galassie, i così detti OGGETTI DEEP SKY (deep sky = profondo cielo, perchè si trovano molto lontano, al di fuori del sistema solare) dobbiamo avvalerci di fotografie a lunga posa, l’esatto contrario di quanto avviene con le riprese planetarie, in cui si usano scatti brevissimi. Il motivo di questa scelta tecnica risiede nel fatto che gli oggetti deep Sky emettono una luce molto debole per diversi motivi; in parte perchè sono davvero tanto lontani ed in parte perchè sono composti da sostanze estremamente rarefatte ( si pensi che una nebulosa oscura contiene mediamente solo 200 molecole di polvere per metro cubo). Se con i pianeti basta qualche centesimo di secondo per avere abbastanza luce per gli oggetti deep sky dovremmo tenere aperto l’otturatore della nostra fotocamera per molto tempo in modo che i loro fotoni vengano raccolti a sufficienza per restituirci un’immagine abbastanza “incisa”. La stessa tecnica si usa anche nella fotografia diurna e si chiama LUNGA POSA, ma se nelle foto diurne, anche in ambienti abbastanza bui, basta qualche secondo di posa, nell’astrofotografia deep sky c’è chi si spinge anche a scatti da 10-20 minuti!!!! Di questi scatti da 10-20 minuti ne vengono fatti davvero tanti e poi vengono sommati tra loro arrivando ad avere esposizioni totali anche di 10-20-30 ore ed oltre riprese su più notti! Nelle foto sotto vediamo la Pacman Nebula ripresa magistralmente da Andrea Maggi che con appositi filtri ha isolato le tre principali componenti di gas, poi, assegnando un colore ad ognuna di esse, è riuscito a tirar fuori questi splendidi contrasti. Si tratta della celeberrima tricromia Hubble, inventata dalla nasa per studiare la composizione molecolare delle nebulose.
Per realizzare fotografie come questa servono delle montature computerizzate in grado di rilevare una stella ed inseguirla per tenere sempre centrata l’inquadratura, altrimenti il mosso diventa inevitabile. Tuttavia sugli oggetti più luminosi si può avere un buon risultato anche con semplici montature motorizzate, purché la durata delle esposizioni sia ridotta a dei tempi che non facciano vedere stelle allungate o il mosso. In questo caso bisogna compensare con molti più scatti ed i tempi di elaborazione al computer si allungano. I motivi tecnici e scientifici per cui si sommano tante foto per ottenere immagini di buona qualità verranno trattati più avanti quando parleremo di rumore fotonico o shot noise e di Signal to Noise Ratio (SNR = rapporto segnale rumore).

3 pensieri riguardo “LUCKY IMAGING o LUNGA ESPOSIZIONE? DIPENDE DA COSA VOGLIAMO FOTOGRAFARE!”